Durante il banchetto pasquale ebraico, il padre di famiglia doveva spiegare il significato del sangue dell’agnello versato nel tempio di Gerusalemme e il rito della consumazione della carne dell’agnello pasquale. Gesù, invece, si concentra sul proprio Corpo e Sangue. Proviamo a sentire le parole della consacrazione del pane e del vino pronunciate da Gesù nel discorso eucaristico: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,53-54).
Il comandamento abolito
L’Evangelista usa una terminologia particolarmente espressiva: non parla di “corpo” (gr. sōma), ma di “carne” (gr. sarks), e non usa il verbo “mangiare” (gr. esthiō), ma “mordere”, “masticare” (gr. trōgein). Un modo di esprimersi così crudo suscitò negli uditori del discorso di Cafarnao una reazione di volersi ritirare: “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.” (Gv 6,66). Tutti loro conoscevano molto bene uno dei seicento tredici comandamenti della Torah: “Non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue.” (Gen 9,4). Il modo di esprimersi di Gesù mentre pronunciava le parole di consacrazione era un po’ più pacato; tuttavia, anche così le sue parole dovevano sconvolgere e sorprendere i suoi discepoli. Non solo l’interpretazione che dava Gesù del significato del pane e del vino era completamente diversa da quella fatta dai padri di famiglia durante le feste pasquali ebraiche, ma egli esplicitamente esortava a mangiare il suo Corpo e a bere il suo Sangue.
Il pane dell’afflizione
Colui che presiedeva la cena pasquale, spezzando il pane iniziava spesso la sua spiegazione con le parole: “Ecco il pane dell’afflizione che i nostri padri mangiarono in terra d’Egitto”. Gesù, invece di pronunciare le parole “ecco il pane dell’afflizione”, pronuncia la frase: “Questo è il mio corpo”, dando al pane azzimo consumato un significato completamente nuovo. Nel rituale del banchetto, i bambini ponevano domande sul significato dei vari gesti. È facile immaginare la sorpresa dei discepoli e le domande che essi si ponevano sul perché Gesù abbia cambiato lo schema tradizionale. Finora era stato loro chiaro che si trattava del ricordo, o meglio dell’attualizzazione liturgica dell’azione liberatrice di Dio. Questo era il significato del pane azzimo che doveva essere mangiato per sette giorni. Cosa intendeva allora Gesù quando, invece di parlare del pane dell’afflizione, parlava del suo corpo? La risposta si trova nelle parole stesse della consacrazione. Parlare della “offerta” del corpo di Cristo con il mandato di ripetere questo gesto in memoria di lui (di cui si dirà di più in seguito) significa che Gesù pone se stesso al posto del pane dell’afflizione, che era nello stesso tempo segno dell’esodo dall’Egitto: prende su di sé l’afflizione, affrontando la passione e la morte per compiere l’esodo dalla schiavitù spirituale del peccato e della morte.
Il gesto di spezzare il pane aveva un significato chiaro per gli Israeliti: significava rompere con la situazione di afflizione in cui viveva il popolo eletto in Egitto; si trattava appunto, del pane dell’afflizione. In Gesù, quel gesto assume un nuovo significato: spezzando il pane, che è il suo corpo, richiama la propria morte, che pone fine all’afflizione spirituale per tutti coloro che mangeranno questo pane in memoria di lui. Non si tratta solo di un gesto simbolico di condivisione con i commensali, ma tale gesto assume una dimensione sacramentale. Nella celebrazione di ogni Eucaristia, esso significa rompere con la situazione di schiavitù in cui si trovano i partecipanti.
Il collegamento tra l’Ultima Cena e la morte di Gesù
Un simbolismo altrettanto importante come quello del pane aveva anche il bere del vino durante la Cena pasquale. Trasformando il vino nel suo Sangue, Gesù allude agli eventi salvifici associati all’esodo dall’Egitto e all’alleanza del Sinai, evocati in seguito nel culto nel tempio di Gerusalemme, e con questo riferimento stabilisce una nuova alleanza. All’uscita dall’Egitto, gli Israeliti macellavano agnelli per ungere con il loro sangue gli stipiti delle loro case. In questo modo, evitavano la morte dei loro primogeniti.
Secondo l’autore del Libro dei Giubilei (l’apocrifo dell’Antico Testamento), Mastema e i suoi demoni sono responsabili della piaga dei primogeniti: “Mentre mangiavate la Pasqua in Egitto, tutte le forze di Mastema furono mandate a uccidere i primogeniti nel paese d’Egitto, dai primogeniti del faraone ai primogeniti dei servi schiavi che servivano al mulino e ai primogeniti del bestiame. E questo segno fu dato loro dal Signore: nella casa dove il sangue dell’agnello di un anno era scritto sulla porta, non entrarono per uccidere. Passarono in modo che tutti quelli che erano nella casa fossero risparmiati a causa del segno del sangue tracciato sulle loro porte” (Giub. 49:2-3).
Al compimento dell’alleanza del Sinai, Mosè offrì un sacrificio di sangue animale: “Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare” (Es. 24,6). In seguito, nel corso dei secoli, i sacerdoti versarono il sangue degli animali sacrificati sull’altare del tempio, evocando così l’alleanza che costituì l’intera nazione come popolo di Dio. Gesù, offrendo il suo sangue ai discepoli, spiegò che sarebbe stato “versato per voi e per molti”, creando così un collegamento tra l’ultima cena e la morte in croce. Queste parole spiegano che la morte di Gesù deve essere vista non come una semplice esecuzione compiuta dai soldati romani a seguito degli intrighi di diversi ebrei, ma come un sacrificio di cui l’altare è la croce stessa. Così come i sacerdoti versavano il sangue degli animali sacrificali sull’altare degli olocausti, così Gesù ha versato il proprio Sangue sull’albero della croce. Questa volta, però, il Sangue versato in sacrificio ha il potere di annientare definitivamente il potere dei nemici di Dio. Nelle parole della consacrazione del vino, Gesù riunisce tre concetti estremamente importanti dell’Antico Testamento: il banchetto pasquale, l’esodo degli Israeliti dalla schiavitù egiziana, che il banchetto ricorda e attualizza, e l’idea della nuova alleanza. Tenendolo presente, vediamo che Gesù adempie la profezia di Zaccaria, in cui il sangue dell’alleanza si unisce all’idea della venuta del Messia e all’avvio del nuovo esodo, che non è più una liberazione dall’Egitto ma dal “pozzo senz’acqua”.
“Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. […] Quanto a te, per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua. […] Il Signore loro Dio in quel giorno salverà come un gregge il suo popolo, come gemme di un diadema brilleranno sulla sua terra. Quali beni, quale bellezza! Il grano darà vigore ai giovani e il vino nuovo alle fanciulle.” (Za 9,9.11.16-17).
Presenza reale
Il discorso del Corpo e del Sangue di Cristo nell’Ultima Cena indica tutta la sua persona, che si dona volontariamente alla morte per la salvezza di tutti, rendendo così possibile il sorgere del nuovo popolo di Dio. Gesù è completamente e realmente presente nel pane e nel vino consacrati; non si tratta di una presenza simbolica, ma reale. Il principio esegetico è che il modello, è meno perfetto della realtà che annuncia. Poiché il sangue dell’agnello con cui furono cosparsi gli stipiti delle case degli Israeliti in Egitto era reale e così pure la carne dell’agnello, ciò significa che anche la realtà che il prototipo prefigura deve essere reale: Cristo è realmente presente nel suo corpo e nel suo sangue. Sviluppando questo pensiero, va detto che il consumo di pane azzimo durante la cena pasquale ricordava ai partecipanti che durante l’Esodo dall’Egitto non c’era tempo per far lievitare la pasta, per cui gli Israeliti mangiavano il pane in fretta. Gesù a questo dà un significato completamente nuovo: trasforma il pane nel suo stesso Corpo, che è stato sacrificato nella morte sulla croce, ma che Dio ha risuscitato dai morti. Da cibo con cui gli Israeliti cenavano prima di uscire dalla schiavitù in Egitto verso la Terra Promessa, il Corpo di Cristo diventa il cibo di una nuova Pasqua e di un nuovo viaggio la cui meta è la nuova Terra Promessa.
Il sangue dell’agnello con cui gli Israeliti aspergevano gli stipiti delle loro case prima di lasciare l’Egitto li proteggeva dall’ira punitiva dell’angelo della morte. Nel dare agli apostoli la coppa di vino, Gesù dà un nuovo significato anche a questo elemento: trasforma il vino nel suo stesso Sangue, che salverà i partecipanti alla nuova Pasqua. Questo Sangue sarà versato / è versato come sacrificio, alla stessa maniera di Mosè quando ordinò di versare il sangue degli animali stringendo l’alleanza con Dio sul Sinai. Rifacendosi a questo gesto, Gesù stabilisce la nuova alleanza, preannunciata dai profeti, nel suo stesso sangue. Trasformando il vino nel proprio sangue, Gesù sancisce un legame indissolubile tra l’Ultima Cena e la propria morte in croce.
trad. Anna Marx Vannini
„Il nuovo Significato del Pane e del Vino”, Rinnovamento nello Spirito Santo 2 (2025) 10-11.
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