La frazione del pane nella communità di Corinto (I)

fot. M. Rosik

Il più antico frammento del Nuovo Testamento che parla della pratica dell’Eucaristia nella Chiesa primitiva è stato scritto da Paolo nella Lettera ai Corinzi:

“Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane. Guardate Israele secondo la carne: quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare? Che cosa dunque intendo dire? Che la carne immolata agli idoli è qualche cosa? O che un idolo è qualche cosa? No, ma dico che i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni.” (1Cor 10,16-21).

La prima espressione del ragionamento di Paolo è: «il calice della benedizione». Paolo fa ovviamente riferimento all’ultima cena e al terzo calice della festa pasquale, ma l’usanza di benedire Dio si è poi diffusa nella liturgia cristiana, dando origine alle preghiere eucaristiche. La preghiera di benedizione è presumibilmente la beracha ebraica, che faceva parte del rito pasquale, ma anche di altri conviti, come ad esempio il banchetto sabbatico. Aveva due forme, una più breve e una più lunga. Quella più breve consisteva di due elementi: l’acclamazione di lode e la presentazione del motivo della lode. La forma più lunga era usata nel culto e consisteva: nella benedizione di Dio, nel ricordo delle grandi opere di salvezza, nella dossologia comprendente una nuova benedizione. È più probabile, tuttavia, che si tratti della benedizione del pasto.

Domande retoriche

L’apostolo inizia il suo discorso con due domande retoriche. L’accento della prima domanda del versetto cade sulla seconda parte dell’affermazione: «non è forse comunione con il sangue di Cristo?». La seconda domanda concentra l’attenzione sul pane «di cui partecipiamo ». Esaminiamo brevemente il contenuto di entrambe le domande. In riferimento al «calice della benedizione» (il terzo calice del seder), Paolo usa qui due volte il termine koinōnia, che viene tradotto con «partecipazione». In questo caso, il termine indica un legame profondo e intimo con Cristo. L’espressione «sangue di Cristo» richiama immediatamente alla mente la sua morte salvifica sulla croce.

La domanda successiva riguarda ‘il pane che spezziamo’. Nell’ambiente ebraico, al di fuori del contesto religioso diretto, l’espressione “spezzare il pane” rimanda al pasto. Il motivo del pane, inserito in parallelismo con il “calice della benedizione”, assume tuttavia una dimensione religiosa; indica che i fedeli che lo spezzano entrano in comunione con il “Corpo di Cristo”. Ci si può anche chiedere: da dove Paolo ha tratto l’idea che il pane possa diventare un fattore efficace che fa nascere la “comunione” delle persone? Tale idea non era legata né alla festa ebraica della Pasqua, né ad altri sacrifici dell’Antico Testamento. Sembra che il fondamento di questa idea debba essere ricercato nell’espressione ‘pani dell’offerta’ e più precisamente nei pani del Volto (Es 35,13). Da essa si può facilmente dedurre che il consumo di tale pane serve a stabilire un legame personale che può essere definito comunione. E poiché si tratta del Volto di Dio, mentre il pane è consumato dagli uomini, diventa chiaro che la comunione personale si crea tra l’uomo e Dio. Seguendo questo ragionamento, notiamo che i pani del Volto richiamavano la presenza di Dio, mentre Gesù durante l’ultima cena dà agli apostoli il pane inteso come il Suo (di Gesù) Corpo.

Parlare separatamente del Sangue e del Corpo di Cristo mette in rilievo la morte salvifica; infatti, nella mentalità semitica, separare il sangue dal corpo significa morte. Il sangue era per gli ebrei un simbolo di vita. Poiché i fedeli partecipano al Corpo e al Sangue di Cristo, ciò significa che, celebrando l’Eucaristia, partecipano alla Sua morte, accogliendo i doni salvifici che ne derivano. Poiché si tratta del Corpo e del Sangue di Cristo, che è il “Signore”, e “Signore” significa per Paolo il Risorto, quindi la partecipazione all’Eucaristia è anche partecipazione alla risurrezione di Cristo.

Invito all’unità

Basandosi sull’esperienza eucaristica comune dei Corinzi, Paolo passa immediatamente a un breve commento parenetico, in cui sottolinea l’unità della comunità: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10,17). Il fondamento dell’unità è la relazione comune con il Corpo di Cristo, poiché tutti partecipano dello stesso pane. Riassumendo il contenuto del versetto in modo un po’ schematico, si può dire che la comunione verticale con Cristo è il principio dell’unità in dimensione orizzontale nella comunità. In termini sacramentali: dalla comunione eucaristica nasce la comunione ecclesiale.

Nella parte successiva del suo discorso, l’apostolo invita a riflettere sull’esperienza di «Israele secondo la carne». L’espressione in sé non ha connotazioni negative, ma nel contesto attuale assume tale sfumatura, poiché Paolo ha ricordato le esperienze negative del popolo nel suo rapporto con Jahvè durante il viaggio attraverso il deserto verso la Terra Promessa (1Cor 10, 1-10). Nelle parole dell’apostolo si può vedere un riferimento all’altare che Aronne costruì davanti al vitello, al quale il popolo offriva sacrifici (Es 32, 5-6). Questa esperienza conferma il principio generale secondo cui chi consuma cibi offerti in sacrificio a Dio o agli idoli entra in relazione con Lui (o con loro).

 Divieto di idolatria

Paolo spiega poi perché la partecipazione al culto pagano non è indifferente per un cristiano: le offerte fatte agli idoli sono di fatto offerte ai demoni. Il legame tra idolatria e demoni è illustrato dal cantico di Mosè, che interpreta la storia degli Israeliti che vagavano nel deserto: “Lo hanno fatto ingelosire con dei stranieri e provocato con abomini all’ira. Hanno sacrificato a demoni che non sono Dio, a divinità che non conoscevano, novità, venute da poco, che i vostri padri non avevano temuto.” (Dt 32,16-17). L’apostolo spiega anche il divieto del culto idolatra, mostrando parallelamente il legame con il Signore e il legame con i demoni. L’uno esclude l’altro: «bere dal calice del Signore» si oppone radicalmente al «bere dal calice dei demoni». Allo stesso modo, la «tavola del Signore» è contrapposta alla «tavola dei demoni».

„La frazione del pane nella communità di Corinto (I)”, Rinnovamento nello Spirito Santo 4 (2026) 10-11.

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