Lo schema della festa ebraica di Pasqua si basa su quattro coppe di vino. L’ordine e il significato delle singole coppe sono chiaramente definiti: la prima coppa, chiamata kiddush, è una ampia preghiera prima del pasto; la seconda, chiamata haggadah, accompagna la spiegazione del significato della celebrazione della Pasqua; la terza coppa, chiamata coppa di benedizione (in ebraico beracha) o di ringraziamento, viene bevuta dopo aver consumato il cibo; la quarta, chiamata hallel, è seguita dal canto dei salmi e segna la fine del banchetto.
Salmi dell’Hallel
Al termine della cena pasquale, dovevano essere cantati i salmi dell ’Hallel (Sal 113-118 e Sal 136). Possiamo solo immaginare cosa abbia provato Gesù cantando il Salmo 116 durante l’ultima cena, consapevole della sua imminente morte. Fu allora che offrì a Dio un “sacrificio di ringraziamento” (Gr. eucharistia):
“Che cosa renderò al Signore
per quanto mi ha dato?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore. (…)
Preziosa agli occhi del Signore
è la morte dei suoi fedeli.
Sì, io sono il tuo servo, Signore,
io sono tuo servo, figlio della tua ancella;
hai spezzato le mie catene.
A te offrirò sacrifici di lode
e invocherò il nome del Signore.” (Sal 116, 12-13.15-17).
La lettura dei racconti neotestamentari sull’istituzione dell’Eucaristia fa pensare che, dopo aver cantato questi salmi, Gesù si dirige con gli apostoli verso il Monte degli Ulivi. In questo modo adempie al giuramento pronunciato in precedenza: “Da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio” (Mt 26,29). Non beve e non dà da bere agli apostoli la quarta coppa cerimoniale di vino, ma esce dalla città (il Monte degli Ulivi si trovava fuori dalle mura di Gerusalemme), pur non infrangendo l’ingiunzione di trascorrere la notte di Pasqua a Gerusalemme, perché, come sappiamo, i rabbini ne ampliarono i confini per la festa, creando la cosiddetta Grande Gerusalemme, che comprendeva anche il Monte degli Ulivi.
I primi tre calici li bevve nel cenacolo: il primo dopo la preghiera chiamata kiddush, il secondo dopo l’haggadah della Pasqua e al terzo compì quella che oggi chiamiamo la “consacrazione” del vino: trasformò il vino nel suo Sangue. Subito dopo lasciò il Cenacolo e si recò nell’Orto degli Ulivi, dove pregò con le parole: „Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia, non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. (Lc 22,42).
Il calice: un simbolo di morte
Parlando del calice, aveva in mente la sua morte. Poiché, durante le parole dell’istituzione dell’Eucaristia, dando ai discepoli il terzo calice, Egli afferma che si tratta del Sangue versato “per voi” (Lc 22,20) e “per molti” (Mc 14,24; Mt 26,28), ciò significa che questo terzo calice si identifica con la sua morte. Morendo sulla croce, Gesù ha versato il suo sangue (“dal suo costato uscì sangue e acqua”; Gv 19,34) – lo stesso sangue che ha dato agli apostoli per essere consumatonell’Ultima Cena. È vero che pregò nel Getsemani con le parole “allontana da me questo calice”, ma sapeva che la volontà di Dio si sarebbe adempiuta, così aggiunse subito “non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Poiché era sicuro che la volontà di Dio si sarebbe compiuta e che il Padre non avrebbe allontanato questo calice, nel Cenacolo diede già agli apostoli a bere il suo sangue, anticipando in senso teologico la sua morte.
Cosa succede dopo? Tutto ciò che giustamente chiamiamo la Pasqua di Gesù. Si tratta della sua morte, della sua risurrezione, della sua ascensione al cielo e del suo sedersi alla destra del Padre. Questa è la vera Pasqua, il passaggio dalla morte alla vita. Non è possibile qui commentare tutti i passaggi dell’Apocalisse, ma è sufficiente ricordare le idee essenziali dell’ultimo libro del Nuovo Testamento. Gesù come Agnello pasquale riceve la gloria dai salvati (Ap 5,12-14); non vi è più un tempio, perché Lui stesso è il tempio (Ap 21,22); i salvati hanno lavato i loro peccati nel suo sangue versato sulla croce (Ap 7,14); e infine Lui stesso invita al banchetto: “Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!” (Ap 19,9). È a questo banchetto – il banchetto delle nozze dell’Agnello – che Gesù e tutti i credenti in Lui bevono il quarto calice dell’Ultima Cena, che è il convito pasquale.
Pasqua, cioè il “passaggio”
In termini cristiani, il termine “Pasqua” indica il “passaggio” di Cristo dalla morte alla vita, e quindi include anche la sua risurrezione dai morti, la sua ascensione al cielo e persino l’invio dello Spirito Santo. Si tratta quindi della vera Pasqua di Cristo – il passaggio da questo mondo al Padre, al regno escatologico di Dio. L’Eucaristia non è solo l’attualizzazione della morte di Cristo, ma anche della sua risurrezione e ascensione al cielo. È quanto scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica:
“Celebrando l’ultima Cena con i suoi Apostoli durante un banchetto pasquale, Gesù ha dato alla Pasqua ebraica il suo significato definitivo. Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua morte e la sua risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell’Eucaristia, che porta a compimento la Pasqua ebraica e anticipa la Pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno. “ (CCC 1340).
La Pasqua di Cristo è “il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua morte e la sua risurrezione”. Secondo le parole di Gesù stesso, l’ultimo calice rituale doveva essere bevuto da lui con coloro che costituiscono il primo nucleo della Chiesa nascente: “con voi” (Mt 26,29). Questo annuncio si realizza nel regno escatologico dei cieli, nel banchetto messianico preparato per tutti i redenti dal sangue dell’Agnello. Per questo l’Apocalisse fa riferimento alle “moltitudini” (Ap 7,9; 19,1.6) che siedono al banchetto eterno delle nozze dell’Agnello (Ap 19,7).
La nuova coppa
Gesù annuncia che il quarto calice della Pasqua (pasquale?) sarà un calice “nuovo” (Mc 14,25; Mt 26,29). Tutto si trasforma radicalmente dopo la risurrezione e l’ascensione al cielo. Questa fase del regno è caratterizzata da una novità radicale. È un regno escatologico, eterno, irriducibile. Ed è quello che Gesù ha in mente quando annuncia di bere dalla coppa nuova nel regno di Dio. Gesù parla della “nuova” coppa in Marco (Marco 14,25) e in Matteo (Matteo 26,29). L’annuncio del quarto calice in Luca è leggermente diverso: “da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio”. (Lc 22,18). Se ne deduce che quando Gesù consumò l’Ultima Cena con gli apostoli, il regno di Dio non era ancora arrivato. Come comprendere allora la precedente affermazione nello stesso Vangelo di Luca: “Il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21)? L’unica interpretazione possibile è che, dopo la risurrezione di Gesù, si apre un periodo completamente nuovo del regno di Dio, ed è in questo regno che Gesù berrà il quarto calice del banchetto pasquale con coloro che credono in lui.
Cristo è la nostra Pasqua, secondo le parole di San Paolo: “E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (1 Cor 5, 7). La nostra Pasqua terminerà quando riceveremo dalle mani del Signore il quarto calice di vino, preceduto da ogni Eucaristia a cui partecipiamo, e allora saremo con il Signore per sempre (1 Tess 4,17). Nel frattempo, l’Ultima Cena è ancora perdura. È iniziata nel Cenacolo e continua rendendo presente sugli altari di tutto il mondo la Pasqua di Gesù (passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo). Così sarà fino alla parusia. In quell’ora tutti coloro che riceveranno la salvezza completeranno la loro Pasqua, il passaggio da questo mondo alla gloria del regno escatologico di Dio. E lì continuerà a perdurare il convito delle nozze dell’Agnello, durante il quale i salvati berranno la quarta coppa del vino dell’ultima cena.
Trad. Anna Marx Vannini
„La quarta coppa”, Rinnovamento nello Spirito Santo 3/4 (2025) 8-9.
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