L’ultima delle quattro narrazioni sull’istituzione dell’Eucaristia nasce dalla penna dell’evangelista Matteo. La versione più antica dei racconti contenenti le parole della consacrazione del pane e del vino è quella dell’apostolo Paolo. La seconda più antica è quella dell’evangelista Marco. È dal suo racconto che dipende la narrazione di Matteo, rivolta ai cristiani di origine ebraica:
Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: „Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: „Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” (Mt 26,26-28).
L’espressione “e mentre mangiavano” è un’inserimento la cui funzione è inserire l’intera narrazione nel suo contesto letterario immediato. È quasi certo che l’evangelista presenta l’Ultima Cena come un banchetto pasquale, tuttavia non vi è l’accenno all’agnello pasquale, alle erbe amare, all’haggadah né alle preghiere pronunciate. Egli inizia la narrazione nel momento in cui il padrone del banchetto prende in mano la matzah (pane azzimo). Gesù la prende in mano, la benedice, la spezza e la dà ai discepoli. Nel farlo, pronuncia parole di benedizione. Nella tradizione di Gerusalemme, questo è perfettamente comprensibile: gli ebrei benedicevano Dio prima di consumare il pasto, mentre i pagani ringraziavano gli dei per il dono del cibo; da qui il motivo del ringraziamento nella tradizione antiochena. Luca stesso era di origine un gentile mentre Paolo predicava la buona novella tra i gentili.
La sequenza di azioni compiute da Gesù è praticamente identica a quella che egli compì per ben due volte nel moltiplicare i pani nel deserto (Mt 14,13-21; 15,32-39). Questo duplice nutrimento delle folle nel deserto – prima dei credenti ebrei e poi dei gentili – esprime in qualche modo l’intera missione di Gesù, che si rivolge a tutti i popoli. Gesù prima insegna e poi dona il pane. La sequenza stessa in cui compie queste azioni riproduce lo schema dell’Eucaristia: prima la liturgia della Parola e poi il banchetto.
Riferimenti all’Antico Testamento
Questo significa non solo che le moltiplicazioni prefigurano l’Ultima Cena e l’Eucaristia, ma anche che il dono della manna fatto agli israeliti durante il loro viaggio di quarant’anni nel deserto prefigura l’Eucaristia. È il motivo del deserto a collegare i due eventi (il dono della manna e la moltiplicazione dei pani). Gli esegeti non esitano a invocare in questo contesto anche il miracolo di Elia, che fece sì che la farina continuasse a moltiplicarsi nel recipiente: “La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia” (1 Re 17,16). Non è fuori luogo vedere qui anche un riferimento al miracolo di Eliseo, che sfamò cento uomini con venti pani d’avena:
Da Baal-Salisa venne un individuo, che offrì primizie all’uomo di Dio, venti pani d’orzo e farro che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: „Dallo da mangiare alla gente”. Ma colui che serviva disse: „Come posso mettere questo davanti a cento persone?”. Quegli replicò: „Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne avanzerà anche”. Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore (2 Re 4:42-44).
Parole e gesti di consacrazione
Il gesto di passare il calice è descritto da Matteo subito dopo aver menzionato il gesto di passare il pane. Le due azioni sono analoghe. Nelle formule per l’istituzione dell’Eucaristia, il termine “corpo” indica l’intera persona di Gesù, che si è donato liberamente nel sacrificio salvifico reso presente nell’Eucaristia. In Paolo, la frase questo è il mio corpo, che è per voi” (1 Cor 11,24) trova il suo parallelo nell’espressione “la morte del Signore” (1 Cor 11,26). Ciò significa che donando il suo corpo nell’Eucaristia, Cristo rende chi lo riceve partecipe del suo sacrificio: morte e risurrezione. Gesù, quindi, dà da mangiare agli apostoli il suo corpo risorto che, pur essendo precedentemente morto, è stato restituito alla vita dall’azione salvifica di Dio.

Passiamo ora alla comprensione del “sangue” di Cristo nei racconti dell’istituzione dell’Eucaristia. Molto raramente questo termine in relazione a Gesù ricorre in senso letterale. Il sangue, tuttavia, è uno strumento per propiziare Dio e ottenere il perdono dei peccati: “Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue e senza spargimento di sangue non esiste perdono” (Eb 9,22). Quando gli autori del Nuovo Testamento parlano del sangue di Cristo, hanno in mente la sua morte e il suo sacrificio salvifico. È la pars pro toto. Istituendo l’Eucaristia e morendo sulla croce (e si tratta di un unico evento), Gesù stabilisce una nuova alleanza tra Dio e gli esseri umani. È un’alleanza nel suo sangue, cioè nella sua morte, sul modello dell’alleanza del Sinai, anch’essa stipulata nel sangue dei sacrifici. In questo modo hanno il compimento le profezie veterotestamentarie della nuova alleanza che Dio avrebbe stretto con il suo popolo. In questo modo, inoltre, si forma un nuovo popolo di Dio, riunito attorno all’Eucaristia.
L’espressione “sangue dell’alleanza” è probabilmente tratta dal Libro dell’Esodo, dove si parla della conclusione dell’alleanza del Sinai: „Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!” (Es 24,8). Nel caso dell’alleanza del Sinai, l’aspersione del sangue significava la promessa del popolo di eseguire tutti i comandamenti del Signore: „Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo!” (Es 24,3). Nel caso dell’Ultima Cena, il sangue di Gesù non conferma la promessa del popolo, ma di Dio stesso, che dichiara di rimanere con il suo popolo per sempre.
Il frutto dell’ultima cena
Il sangue dell’alleanza sarà dato “per molti”. Riproponiamo la domanda: questa formulazione significa che i frutti della morte di Gesù riguarderanno molti, ma non tutti? Si potrebbe pensare che il termine “molti” non debba essere inteso in opposizione a “tutti”. In origine, l’espressione “per tutti” indicava tutto Israele, mentre in senso cristiano indica tutta l’umanità: “Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro.” (2 Cor 5,14). Inoltre, l’espressione “per i molti” – come già detto – richiama alla mente la profezia del servo sofferente di Yahweh che “portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” (Is 53,12). Era questo misterioso servo di Yahweh che doveva morire per tutti, prendendo su di sé la colpa di tutta l’umanità: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5). Gesù ha preso su di sé non solo la colpa di Israele, ma la colpa di tutti gli uomini, portando la morte per loro come sacrificio sostitutivo.
Matteo aggiunge che il sangue di Gesù sarà versato “per la remissione dei peccati”. La riconciliazione con Dio e la proclamazione del perdono dei peccati era una delle caratteristiche più importanti dell’attività di Gesù. Gli ebrei sono convinti che solo Dio può perdonare i peccati. La menzione del sangue versato da Gesù “per la remissione dei peccati” rimanda chiaramente il lettore del Vangelo all’annuncio di Geremia della nuova alleanza: è il perdono dei peccati uno dei doni più importanti di Dio nell’alleanza stipulata con gli uomini (Ger 31,31-34).
„La tradizione di Gerusalemme trasmessa da Matteo”, Rinnovamento nello Spirito Santo 9 (2024) 12-13.
Trad. di Anna Marx Vannini
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