Dopo la descrizione dell’istituzione dell’Eucaristia, che Paolo ha ricevuto dal Signore stesso nella continuità della tradizione, l’apostolo aggiunge un commento di natura teologica:
“Ogni volta, infatti, che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.” (1Cor 11,26-34).
Il commento teologico di Paolo è stato abilmente inserito nel contesto parenetico: “Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore” (1Cor 11,27). Il modo indegno di consumare il Corpo e il Sangue di Cristo è un peccato contro Lui stesso. Parlando di consumo «indegno» (gr. anaksiōs), Paolo fa riferimento alla situazione concreta della comunità, dove alcuni sono sazi e persino ubriachi, mentre altri rimangono affamati. La terminologia utilizzata dall’apostolo per motivare la sanzione è giuridica; l’apostolo parla di «giudizio»: “Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore” (1 Cor 11,28-29). “Perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,28-29). Questo giudizio colpisce chiunque consumi inconsciamente il Corpo e il Sangue del Signore, cioè non presti attenzione alla presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche. Analogamente, guardando questa verità da un’altra prospettiva, si deve affermare che chi riceve la Eucaristia in modo degno, per lui essa diventa fonte di forza e di rassicurazione.
I Corinzi di continuo corrono il rischio di partecipare alla cena del Signore senza essere pienamente consapevoli di ciò a cui prendono parte. Per molti di loro fu il cibo temporale, non quello spirituale, che risultava più attraente. È possibile che il rimprovero di Paolo: “Non c’è tra voi la celebrazione della cena del Signore” significhi che i Corinzi si riuniscono per l’agape, che dovrebbe culminare con la celebrazione dell’Eucaristia, ma che quest’ultimo atto non viene compiuto. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che essi sono ancora persone «carnali». L’apostolo confessa: “Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo.” (1 Cor 3,1). Gli abitanti di questa città pur essendo desiderosi dei frutti spirituali derivanti dall’Eucaristia, non vi partecipavano con piena consapevolezza
Proclamare la morte del Signore
Un’analisi grammaticale dettagliata dell’esortazione di Paolo, in cui proclama la morte del Signore fino al suo ritorno, permette di affermare che ogni volta che i fedeli celebrano l’Eucaristia, grazie al Corpo e al Sangue del Signore ricevuto, partecipano alla sua morte, che dovrebbero proclamare in preghiera finché Egli non verrà con i frutti di questa Eucaristia. Sebbene sia già presente sotto le specie consacrate, ma nascosto alla vista dei cristiani, Egli esercita su di loro il suo giudizio, in seguito al quale coloro che lo hanno ricevuto indegnamente subiranno dolorose conseguenze (1Cor 11,26-34). Questo vegliare in preghiera, proclamando la morte del Signore, termina nel momento in cui diventa evidente l’esito del giudizio esercitato da Cristo, cioè nel momento in cui «Egli è venuto». Tutti coloro che lo hanno accolto in modo degno ricevono i frutti della sua passione, morte e risurrezione, sono resi capaci di una vita gioiosa, piena dei carismi e della potenza dello Spirito Santo, una vita in unione con il Capo della Chiesa, che è Lui stesso (1Cor 12-15).
Le conseguenze del sacrilegio
Il risultato di una partecipazione indegna all’Eucaristia possono essere le disgrazie (tra cui le malattie) che colpiscono i Corinzi: “È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti.” (1Cor 11,30). Questo pensiero di Paolo si colloca nella linea della predicazione dei profeti biblici, che interpretano gli eventi quotidiani in chiave religiosa. Amos presenta un intero elenco di disgrazie che hanno colpito Israele a causa della sua infedeltà a Dio (Am 4,6-12). Tuttavia, non c’è qui alcun automatismo; l’apostolo non afferma che dopo ogni partecipazione indegna alla cena del Signore qualcuno venga immediatamente colpito da una disgrazia. La prospettiva delle sue riflessioni è opposta: Paolo parte dall’osservazione degli eventi quotidiani e poi li interpreta alla luce della fede.
Secondo alcuni, la messa in guardia di Paolo contro la malattia o addirittura la morte come conseguenza dell’indegna consumazione del Corpo e del Sangue del Signore è riconducibile al pensiero rabbinico, che trovava applicazione nel caso della cosiddetta prova delle erbe amare, utilizzata nei confronti delle donne sospettate di adulterio. Questa prova costituiva una sorta di giudizio divino; la donna sospettata di adulterio doveva bere acqua mescolata con polvere raccolta dal pavimento del tempio. Se questa pratica non le avesse recato alcun disturbo di salute, la donna avrebbe fatto il giuramento della propria innocenza e “l’oblazione di gelosia”, appellandosi a Dio come Difensore. In caso contrario, era considerata colpevole: “Quando le avrà fatto bere l’acqua, se essa si è contaminata e ha commesso un’infedeltà contro il marito, l’acqua che porta maledizione entrerà in lei per produrre amarezza; il ventre le si gonfierà e i suoi fianchi avvizziranno e quella donna diventerà un oggetto di maledizione in mezzo al suo popolo. Ma se la donna non si è contaminata ed è pura, sarà riconosciuta innocente e avrà figli.” (Num 5, 27-28).
Il giudizio sul mondo
L’Eucaristia è la Pasqua di Cristo legata al giudizio sul mondo. Gesù lo annunciò poco prima di celebrare l’ultima cena con i suoi discepoli: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. (Gv 12,31-32).
L’apostolo nota quindi una sorta di paradosso: l’Eucaristia dovrebbe portare conforto e guarigione ai Corinzi, ma se così non è, significa che la ricevono in modo indegno. Le malattie e la debolezza sono espressione del giudizio di Dio sull’indegna ricezione del Corpo e del Sangue di Cristo: “quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo.” (1Cor 11,32). Gli inviti di Paolo costituiscono piuttosto un monito e un appello a farsi un esame di coscienza e una verifica della condotta dei Corinzi, affinché possano evitare la condanna di Dio. È così che vanno considerate le malattie e persino i casi di morte che si verificano nella comunità: come un monito per evitare la dannazione eterna. L’Eucaristia, infatti, come partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, è un sacramento che dà la vita e non porta la morte.
Conclusione
In conclusione, sembra che l’usanza pagana di legare i banchetti al culto abbia in qualche modo influenzato la formazione della tradizione cristiana, e che portò ad introdurre alcuni abusi nel culto dei cristiani. Proprio per limitarli, Paolo ricorre alle presenti esortazioni. Anche se nella Chiesa di Corinto erano presenti divisioni e fazioni, le agapi legate all’Eucaristia riguardavano piuttosto l’intera comunità della Chiesa che i singoli gruppi formati al suo interno. Esse dovrebbero essere espressione dell’unità ecclesiale. Rimane discutibile se Paolo si limiti qui solo a criticare gli abusi legati alle agapi e all’Eucaristia (come vuole la maggior parte degli autori) o se sia piuttosto favorevole alla completa separazione delle agapi dall’Eucaristia.
trad. Anna Marx Vannini
„Agapi e celebrazione dell’Eucaristia nella comunità do Corinto”, Rinnovamento nello Spirito Santo 7 (2026) 6-7.
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