In ebraico, la traduzione letterale del termine zikkārôn dovrebbe essere resa con l’espressione “rendere presente”. Il „ricordo” ci rimanda a eventi passati, mentre ‘rendere presente’ attualizza – per grazia di Dio – qui e ora ciò che è accaduto nella storia. Partecipando all’Eucaristia, ci uniamo all’atemporalità di Dio, per il quale il tempo non esiste. Il concetto semitico del ricordo e della memoria è molto lontano dal modo di intendere il “ricordo” nel mondo occidentale, plasmato dai modelli filosofici dell’antica Ellade e dal pensiero giuridico dell’antica Roma. Quando qualcuno negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Australia o in Svizzera “ricorda” eventi passati, il suo pensiero va indietro nel tempo. Egli sta cercando di trasferirsi nel passato con i suoi pensieri. Nella mentalità occidentale il termine “ricordo” si limita quindi ad un processo di memoria passiva.
Nel mondo ebraico, invece, la memoria non è un freddo riferimento intellettuale a eventi passati, ma è prima di tutto un vivido coinvolgimento emotivo. Basta guardare due versetti del salmo: “Venite e vedete le opere di Dio, mirabile nel suo agire sugli uomini. Egli cambiò il mare in terra ferma, passarono a piedi il fiume; per questo in lui esultiamo di gioia!”. (Sal 66,5-6). L’autore parla al presente (“venite”, “vedete”), pur riferendosi direttamente a eventi accaduti secoli fa, cioè al passaggio del Mar Rosso. Il trattato talmudico riporta esplicitamente che la Pasqua è stata data agli israeliti per “memoria”. Un passo della benedizione che veniva pregato sul cibo recitava: “Sii benedetto, o Signore nostro Dio, Re dell’universo, che hai dato questa festa di pane azzimo al tuo popolo Israele per gioire e ricordare. Sii lodato, o Yahweh, che santifichi Israele e i tempi” (Berakhot 49,1).
Una memoria, non un anniversario
Con la memoria intesa in questo modo, il partecipante al banchetto pasquale si trovava, per così dire, schierato nella stessa fila con suoi padri che in fretta e furia lasciavano l’Egitto. Questo è ben diverso dal celebrare anniversari di eventi che si allontanano nel tempo e sbiadiscono nella memoria. È la celebrazione di un passato che si attualizza. Il fatto dell’esodo non si allontanava dagli Israeliti verso il passato remoto, perché ricordava l’inizio della vita tuttora presente della nazione che Dio si era scelto come sua proprietà. Questo passato continuava a vivere perché si trasformava in presente.
Ciò che fu iniziato nella notte dell’Esodo e nell’atto dell’alleanza, continuava a durare; anzi, non solo era in corso, ma era proiettato verso un futuro escatologico, verso la realizzazione, in tutta la sua pienezza, delle promesse di Yahweh. Così, il ricordo degli eventi passati si univa nel momento attuale con un’aspettativa quasi apocalittica. Nel concetto semitico della memoria, dunque, si fondono tre dimensioni: passato, presente e futuro. Non si tratta solo di ricordare il passato, ma di sperimentare in modo tangibile la grazia di Dio attuale che trasforma il futuro. L’idea semitica di ricordare, tuttavia, ha ancora un’altra dimensione: unisce in sé due direzioni della memoria. Quando gli Israeliti ricordavano un evento rievocandolo, non solo attualizzavano un’esperienza passata, ma rammentavano anche a Dio di ricordarsi di loro.
In questa prospettiva, il significato del verbo italiano “ricordare” si avvicina un po’ all’idea semitica di ricordo. Ricordare, infatti, significa “ri – dare – il proprio cuore” all’evento che si sta ricordando, cioè coinvolgere emotivamente tutto il proprio essere, vivere esattamente la stessa cosa e con la stessa intensità. Chi partecipa all’Eucaristia, quindi, si identifica emotivamente con gli apostoli che hanno ascoltato le parole con cui Gesù si confidava con loro: “Questo è il mio Corpo. Corpo dato per noi, Sangue versato per noi”. Si identifica con Giovanni che, ai piedi della croce, udì: “Ecco tua madre!” (Gv 19,27) e con il centurione che confessò: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). Si identifica con Maria Maddalena che piange sulla tomba vuota e con Pietro che tiene il sudario di Gesù tra le mani. E, naturalmente, con i discepoli che guardano il cielo mentre la nube copre la figura del Signore che sale alla destra del Padre. Perché nell’Eucaristia è presente Cristo stesso e tutto il suo mistero pasquale. È presente molto più intensamente (se si possono usare parole così inadeguate) che nella preghiera comunitaria dei cristiani, che è anch’essa accompagnata dalla sua presenza: “se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.” (Mt 18,20). Durante la preghiera concorde dei credenti, Cristo è presente in modo spirituale, durante la celebrazione dell’Eucaristia, lo è anche materialmente – nel pane e nel vino.
Passato, presente, futuro
In modo figurativo, si potrebbe provare a rappresentare il seguente scenario: viviamo nella temporaneità, dove il tempo continua a scorrere. Svolgiamo i nostri doveri, lavoriamo, studiamo, passiamo del tempo con le nostre famiglie, ci riposiamo. Ma quando veniamo all’Eucaristia, giriamo per un attimo il nostro capo verso l’eternità, dove non c’è tempo, dove permane l’eterno “oggi” (latino hodie), dove Gesù continua a morire e risorgere per la nostra salvezza. Partecipiamo alla sua passione, morte e risurrezione salvifica affinché, così rafforzati, possiamo ritornare nuovamente alla dimensione temporale per condurre la nostra vita cristiana nel modo più integro e degno di cui siamo capaci. Inoltre, celebrando l’Eucaristia anticipiamo anche il banchetto messianico, proiettandoci così nel futuro. Il “memoriale” cristiano ha quindi, come il “memoriale” ebraico, tre dimensioni, opportunamente spostate nel tempo: risale agli eventi passati (passione, morte e risurrezione di Cristo); elargisce nel presente la grazia vivificante che ci nutre sulla via verso un futuro escatologico; infine, anticipa il banchetto messianico. Ricordiamo le parole di Paolo in questo contesto: “Ogni volta, infatti, che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.” (1 Cor 11,26). Ogni celebrazione eucaristica è l’annuncio della futura venuta di Cristo che per coloro che partecipano alla celebrazione è, in un certo senso, già in atto ora, rendendo presenti gli eventi passati che comprendono non solo il culmine dell’opera di Cristo (morte e risurrezione), ma – guardando più in generale – l’intera dinamica di quell’opera, dall’incarnazione all’ascensione al cielo e all’invio dello Spirito Santo, prefigurando al tempo stesso la parusia.
Per sempre
Nell’esortazione di Gesù “Fate questo in memoria di me”, il pronome indicativo “questo” (gr. touto), unito all’idea di fare memoria, rappresenta, non tutto ciò che è successo all’ultima cena, ma il nuovo rito istituito da Gesù quando pronunciò le parole di consacrazione dando il suo Corpo e il suo Sangue ai suoi discepoli. Dal momento che l’obiettivo dell’esortazione è la “memoria”, ciò significa che l’esortazione non riguarda solo gli apostoli che partecipano all’Ultima Cena, ma va oltre la loro cerchia. Sembra logico che Gesù non intendesse solo il fatto che dopo la sua morte gli apostoli continuassero a riunirsi nella stessa compagnia per ripetere le sue parole e i gesti sul pane e sul calice per commemorarlo, ma che allargassero la cerchia di coloro che avrebbero compiuto il nuovo rito in “memoria” di Gesù. Questo diventa chiaro, tanto più che l’ultima cena fu consumata in un clima pasquale e Dio comandò che il rito pasquale fosse celebrato “di generazione in generazione” (Es 12,14). Quando Gesù diede questo comando agli apostoli, essi dovettero capire che si trattava di ripetere il rito della nuova Pasqua.
La memoria orante delle opere di Dio unisce in sé la lode, il ringraziamento, la supplica e l’intercessione in modo che il passato diventa presente nel momento attuale e le opere antiche di Dio possono – e lo fanno – attualizzarsi grazie al fatto che Dio è fedele e ricorda la sua alleanza.
„Ricordare”, Rinnovamento nello Spirito Santo 6 (2025) 8-9.
trad. Anna Marx Vannini
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